Nicosia e il Soffitto Ligneo dipinto – Sicilia Storia e Cultura

 – di Anna Maria Ruta –

Scendendo tra tornanti che abbracciano dolcemente le curve collinose, dove la luce esalta un verde di così brillante intensità da far gridare di rabbia il più sapiente manipolatore di colori e dove a tratti, per contrasto, si erge duro e possente il masso d’arenaria a minacciare il sereno passante, fatti pochi chilometri lo sguardo è attratto da un’ondulazione di case che ora salgono arrampicandosi, ora si adagiano sulla parte bassa dell’onda di pietra, creando, da tutte le angolature da cui la si guarda, un’impercettibile sensazione di moto, quasi lievissimo passo di danza o abbraccio avvolgente d’amico.

Lontana, troppo lontana dai centri più grandi, dove palpitano le continue e rapide metamorfosi del contemporaneo, Nicosia può dirsi veramente l’ombelico della Sicilia, posta com’è in provincia di Enna, all’estremo confine delle tre grandi città dell’isola, Palermo, Messina, Catania, quasi punto confluente di un immaginaria raggiera.

La Nicosia medievale è nel suo Duomo, sulla destra del cuore cittadino che è la piazza Garibaldi, accanto al Municipio e ad una serie di palazzi nobiliari (palazzo Marocco, palazzo Nicosia, palazzo Falco, palazzo La Via) che circondandola fanno del suo rettangolo un gioiello di razionalità urbanistica.

Di antichissimo impianto architettonico la cattedrale di S. Nicolò di Bari, il patrono quasi ironicamente “rantòn”, come i nicosiani con guardingo distacco chiamano “gli stranieri”, risale quasi certamente al XII secolo.

Secondo i dati di una enigmatica lapide latina, infissa sul portale principale (“Quest’opera è stata eseguita dopo il parto della Vergine tolti 180 anni da dieci volte cento”) essa risalirebbe all’820, ma la lapide, con altra in lingua greca, proviene dalla antichissima chiesetta di S. Nicol le Petit (S. Nicolella), ergentesi vicino all’alto Castello che nel XII secolo con le reliquie e il culto del Santo fu trasferita al piano, nella più grande chiesa di nuova costruzione.

Vari rifacimenti, nel Duomo, sono databili agli inizi dei secoli XVII e XIX. All’interno colpisce il biancore marmoreo della “cona” in marmo che si protende sul retro del fonte battesimale (di scuola gaginesca), le altre presenze scultoree, (la statua della Deposizione, la statua della Madonna della Vittoria e il pergamo di Gian Domenico Gagini o le sculture in legno dei due grandi artisti nicosiani, Gian Battista e Stefano Li Volsi – il S. Giovanni Battista, il S. Bartolomeo, il S. Nicolò della volta del presbiterio e soprattutto i magnifici stalli del coro del 1622, in cui si staglia la prima veduta panoramica di Nicosia, nonché la parte lignea dell’organo – e del gangitano Filippo Quattrocchi (il S. Nicolò, l’Addolorata).

A questo patrimonio scultoreo sono da aggiungere il Mausoleo di Alessandro Testa del Marabitti e il magnifico Padre della Provvidenza, un Crocifisso ligneo attribuito a frate Umile da Petralia, che gareggia nella protezione dei nicosiani con l’altro, il Padre della Misericordia, venerato in S. Maria Maggiore, opera del nicosiano Vincenzo Calamaro.

Una piccola pinacoteca, all’interno del Duomo, costituiscono i dipinti dello Spagnoletto, del Velasco, di Salvator Rosa, del Platania, di Pietro Novelli e gli affreschi più recenti dei palermitani fratelli Manno, Antonio e Vincenzo, nella volta della navata centrale e di Onofrio Tomaselli in quelle delle navate laterali.

Ma la caccia al vero tesoro del Duomo di Nicosia bisognerebbe darla sfidando le vertigini e i pericoli di rovinose cadute o di scivoloni lungo i viscidi scalini della torre, nido preferito di decine di colombi: il tesoro, come Parigi, val bene una messa.

Camminando chini sulla volta ottocentesca che l’ha sottratta agli occhi dei posteri, l’accensione di recenti lampade elettriche illumina all’improvviso una delle visioni più affascinanti, più misteriose che ad occhi di curioso turista possa presentarsi, nella lenta e sempre più straordinaria bramosia dello sguardo che si accende prendendone possesso.

Le travi dell’antica volta in legno dipinto, a capriate, tra flash di prezioso decorativismo floreale e geometrico e un intrecciarsi di agili forme animali, che si muovono tra il più scoperto realismo e moduli tipici da zoo fantastico, rivelano uno degli esempi più incantevoli, pur nell’attuale rovina dell’abbandono, di pittura medioevale che la Sicilia possa vantare: l’unico soffitto ligneo dipinto a capriate che si conservi (quello della Sala Magna dello Steri di Palermo, quasi coevo, è a cassettoni).

Sulle 12 campate e sul sistema di capriate trapezoidali che ognuna di quelle articola si snoda, in una sorta di filmato composito, guidato da una regia che mira alla narrazione fluida e andante, un ininterrotto discorso pittorico sostenuto da tinte, che dovevano essere un tempo di straordinaria vivezza e luminosità, a quel che se ne può dedurre dai pochi frammenti di colore a tempera ancora intatti: rossi, gialli – oro, neri, bianchi, verdi.

Elementi geometrizzanti, inflorescenze e tipologie decorative zoomorfe, – la cui verità non ha l’uguale in nessun altro soffitto coevo -, sono riconducibili a modelli dell’estetica anti – naturalistica islamica e ai disegni caratterizzanti i broccati e le stoffe seriche dell’arte tessile moresca, la cui ampia circolazione sicuramente influenzò i decoratori del tempo (non si dimentichi che nel Palazzo Reale di Palermo esisteva un famoso atelier – Tiraz – che fabbricava stoffe e produceva manti, tappeti e vestiti regali).

Nei grotteschi, invece, nelle droleries (forme insieme umane e animali), nelle iscrizioni e soprattutto nell’alfabeto completo a caratteri gotici maiuscoli (un unicum in questo tipo di pittura), usato con valenza decorativa, sono leggibili riferimenti espliciti al preziosismo calligrafico dell’arte gotica e delle coeve miniature.

Nei numerosi volti umani (re, regine, teste muliebri, bambini, monaci, mori, santi) invece, e in qualche cena di vita quotidiana e di caccia, in cui risalta una profondità e alla delicatezza delle fisionomie o ai particolari delle vesti e delle acconciature, ma anche di comportamenti quotidiani del mondo contadino (il pastore che suona la zampogna, il contadino che munge la vacca) siamo di fronte a stili e tecniche diversi, ad artisti più tardi, non ignari della pittura gotica internazionale (cfr. il S. Damiano o il S. Sebastiano), probabilmente anche a qualche maestro dello Steri di Palermo.

Variegato, contorto, a serpentine, il percorso barocco riserva improvvisi e stupefacenti squarci di pietra tra portoni, finestre e balconi, in cui si modulano tutte le abilità di mani e fantasie misteriose, che hanno creato mitiche sirene, arpie, volti mostruosi, in cui ancora occhieggiano sornione fisionomie di tanti secoli fa, ma anche una raffinata flora di pietra, affascinante da scoprire qua e là e zoomare con la macchina fotografica.

Il segno barocco si è impresso di più nell’architettura laica, in quei grandi palazzi aristocratici, sontuosi all’interno nel ricercato arredamento, che la fame di rigattieri e antiquari ha disperso e cancellato: palpitanti di vita un tempo, oggi in molti casi divisi in varie abitazioni, che ricchi “borghesi” hanno acquistato e distrutto riadattandole, o riaperte e abitate soltanto in qualche giorno d’estate da dimentichi padroni ormai fagocitati definitivamente dai ritmi economici e mondani della città: si visitano i palazzi Salomone, Mallia, D’Alessandro (ex ospedale), Camiolo, La Motta di S. Silvestro, Gentile e Cirino (ottocenteschi questi due in via Fratelli Testa, il palazzo Nicosia in via Pietro Vinci, La Motta Salinella, il più barocco dei palazzi nicosiani, in via Francesco Salomone, il palazzo La Via – S. Agrippina in piazzetta Barnaba La Via, ancora il palazzo La Via, più antico (vi ha dimorato Carlo V) nella salita verso S. Maria, ricca di portali, balconi ed altri resti di dimore settecentesche, ma da non perdere è anche un’isolata e affascinante finestra in una viuzza sotto la Chiesa del SS. Salvatore.

Ma ancora un tardo barocco traspare nella facciata – monumento nazionale – del Palazzo Speciale, oggi adibito a collegio antoniano, che si erge alla fine della piazza S. Francesco e all’inizio di un interessante nodo viario in cui dalla parte destra si sale verso il Convento dei Cappuccini, circondato di verde, che protegge venerate reliquie della vita francescana del Beato felice (la cella, il cilicio, il pozzo).

Dal centro del nodo si scende verso la nuova e piatta via Umberto e dalla parte sinistra ancora lungo la Salita Li Volsi, verso una delle zone più antiche della città, quella che porta ad uno dei picchi di riferimento del paesaggio nicosiano, la chiesa del SS. Salvatore, che domina col suo campanile il cuore della cittadina.

Una delle più antiche chiese di Nicosia (1204), crollata nel 1607; distrutte tutte le opere d’arte ivi raccolte, fu ricostruita subito dopo.

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