Prima di lasciare piazza Politeama si dia uno sguardo al palazzo Cirrincione (1908) di Armò, ad angolo con piazza S. Oliva, e si cerchi di visitare gli appartamenti di palazzo Agnello – Briuccia al numero 50 della piazza, profittando che essi sono fittati ad una pensione ed alla Cambridge Accademy; vi si trovano soffitti con figure e motivi floreali, dipinti con eleganza e maestria.

In piazzetta Mulini a Vento al numero 9, nel cuore del Borgo Vecchio, tra corso Scinà e via La Masa, è la cosiddetta Torre Scardina (1916), un palazzotto assai malandato, opera di Salvatore Benfratello che, insieme a Ernesto Armò, fu l’allievo prediletto di ernesto Basile, e ne continuò l’insegnamento figurativo con una notevole autonomia espressiva.

Di Benfratello purtroppo è andata perduta l’opera più significativa, lil palazzo Russo – Radicella (1916) in via stabile in angolo con via Roma, in cui nel partito decorativo della facciata si innestavano i floreali motivi policromi delle vetrate del bow-window e della pensilina di ingresso, dovuti a Pietro Bevilacqua.

In via Quintino Sella numero 77 è possibile visitare casa Lemos, se si è amici di Vittorio Nisticò, un industriale che oggi ne è il proprietario. Il salone di casa Lemos fru arredato da Basile con un progetto che coinvolse lo spazio in maniera totalizzante.

Uno stupendo tappeto, delle dimensioni dell’intero salotto, fu realizzato appositamente e il suo design venne correlato alla decorazione del soffitto, dipinto da Salvatore Gregorietti, un artista artigiano che si dedicò ai lavori di decorazione ma anche alla realizzazione di vetrate e paraventi di vetro, cui il Basile ed altri architetti dell’epoca, si rivolsero spesso per la realizzazione degli interni.

La boiserie alle pareti si collega alle porte interne ed ai controinfissi esterni; i rivestimenti parietali in stoffa hanno un disegno minuto che si ammaglia alle decorazioni dorate dei mobili, divani, specchiere, poltrone, vetrinette, portavasi, colonnine, tavolinetti, mensoline; anche l’orologio da tavolo fu appositamente disegnato.
In via Enrivco Albanese, al numero 100 (angolo via Giorgio Castriota) possiamo vedere un notevole edificio a 4 elevazioni, che ha una ricchissima decorazione nella facciata, conclusa da una merlatura; figure umane e festoni ornano le mensole dei balconi mentre nastri intrecciati e complesse infiorescenze formano eleganti mostre intorno alle aperture esterne.

Nella adiacente piazza Croci non c’è più invece la villa Deliella (1906), altra opera di Basile, demolita in una notte della primavera del 1959. La cosa suscità grande scalpore perché la demolizione avvenne con regolare licenza: il comitato di redazione del Piano Regolatore della città, che ancora non era stato approvato (lo sarà nel 1962), si dimise per protesta, la stampa e l’opinione pubblica insorsero, ma tutto fu inutile perché il misfatto in poche ore era stato compiuto con l’ausilio di potenti ruspe.

Sotto silenzio era invece passata la demolizione del villino Fassini (1903), a poche centinaia di metri da villa Deliella, in via Duca della Verdura, angolo via di Marzo, che Basile aveva costruito per uno degli amministratori di casa Florio.
Villa Deliella e villa Fassini erano due eccezionali esempi della maturità artistica del Basile e della unità stilistica cui era pervenuto.

L’area di villa Deliella oggi è recintata e riservata a parcheggio; il sontuoso guadiamo cancello di ingresso alla villa, disegnato da Basile, mai realizzato, è possibile ammirarlo, in biblioteca, in un album pubblicato dall’editore Crudo. In piazza Croci trovasi il monumento a Crispi (1905) di Mario Rutelli, e nell’adiacente via delle Croci è il palazzo Bordonaro (1896), una delle opere più significative del periodo eclettico di Basile che, pur impostato su modelli rinascimentali, prefigura lo sviluppo di una tematica che sfocerà nel linguaggio liberty.

A villa Bordonaro Basile si rifà alle quasi contemporanee esperienze fatte nei rifacimenti dei prospetti di palazzo Francavilla (1893 – 96) in piazza Verdi, ma qui fanno capolino i motivi della torretta, delle membrature orizzontali e verticali che disegnano le facciate, degli aggetti dei volumi, sostenuti da possenti mensole, temi a lui cari e trattati in scioltezza nelle opere successive.

Per visitare gli interni, l’interessante biblioteca, lo scalone ed i salotti, occorre rivolgersi direttamente ai baroni Bordonaro, che abitano la villa, spesso fiutata per ricevimenti e pranzi che si svolgono nel bel giardino che confina con la villa Inglese.

Lasciato il giardino inglese (1851) opera del padre di Ernesto, dove si trovano numerosi busti su piedistalli vagamente liberty, si imbocchi la via Notarbartolo. era una strada bellissima della Palermo novecentesca, ortogonale al viale della Libertà, fiancheggiata, come quest’ultima, da villette e bei giardini.

Nel dopoguerra, con il consenso del Piano regolatore, la strada ha cambiato pelle; i proprietari di ville e giardini hanno distrutto i loro appartamenti sfruttando le possibilità offerte dal Piano, che prevedeva una edificazione intensa di condomini multipiani. Sono caduti così uno dopo l’altro i villini liberty che numerosi erano sorti nei primi decenni del secolo, come, ad esempio, il villino Geraci – Di Pisa (1911), molto elaborato e di alta qualità progettuale.
Oggi ne rimangono pochi; la palazzina al n. 12, i villini ai civici 14 e 16 e poi la bella villa Pottino in angolo con la via Lo Jacono, testimonianze di un modo di abitare, semplice e arcadico, nella periferia della città.

Al civico 9 di via Lo Jacono vi è ancora il villino Messina (1910), una piccola costruzione, di sapore basiliano, da attribuirsi a Benfratello, oggi occupata da una stazione di carabinieri, mentre in via Leopardi permangono i resti di una civiltà architettonica che si propagava anche nella estrema periferia; una villa con il motivo della torretta al n. 24 e un’altra di fronte, al n. 11, sede della ditta Sergio Barraja, il cui incerto restauro la rende quasi una copia.

Anche le case di via Ariosto sono interessanti; si segnala quella al civico 15. Nella via Marchese Ugo è la chiesa di S. Rosalia (1928), anch’essa di Ernesto Basile, opera tarda nella quale il maestro si abbandona a compiacimenti neo-classici senza completamente abiurare al suo inconfondibile repertorio art-nouveau.

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